Empatia
Descrizione sull’empatia di Edith Stein di Isa Luoni
UNI3 Varese – FILOSOFIA PEDAGOGIA
SULL’ EMPATIA IN EDITH STEIN
a cura di Isa Luoni
Premessa al tema
Prima di iniziare la trattazione del tema di cui oggi ci occupiamo credo sia opportuno dichiarare il mio personale punto di vista. Condivido infatti la lettura del problema sviluppata da Cristiana Dobner, carmelitana (dalla cui amicizia e vicinanza è, tra l’altro, scaturito in questi anni il mio personale studio e interesse per le opere della stessa Stein).
La Dobner sottolinea infatti che esiste un profondo rapporto tra il pensiero antropologico della filosofa e la sua spiritualità carmelitana. Tra la fonte culturale della sua ispirazione – il soggetto e il corpo secondo la teoria husserliana – e la fonte “nascosta”- l’essere dell’anima – si costituisce un continuum che non conosce frattura tra vita della mente e vita di relazione con Dio.
L’irruzione di Dio nella vita della nostra pensatrice investe la domanda di senso che ne pervade già la riflessione fenomenologica. La sua avventura esistenziale si connota così in modo duplice: la via conoscitiva e la sua proiezione sulla scena mistica, nello sviluppo di una vita interiore profonda.
La possibilità di dicotomia tra le due vie – conoscitiva e mistica – che qualcuno ha ipotizzato non avviene proprio perché la Stein ha scoperto un processo armonioso e unificante nell’Einfhülung.
Questo l’asserto che mi propongo di dimostrare con l’analisi di oggi, ponendo l’attenzione, attraverso il tema dell’empatia, su quell’incipit fenomenologico della giovane studiosa che si tramuterà poi in “ontologia fenomenologica” della filosofa, ormai carmelitana.
Nella giovane fenomenologa della dissertazione di laurea sull’empatia mancava quell’interesse metafisico specifico che si affaccerà alla mente della contemplativa, passando attraverso “Il castello interiore” di Teresa d’Avila. L’unità profonda che permea il pensiero della Stein rimanda ad una vicenda esistenziale ricca e complessa che non possiamo evitare di citare, se pur per accenni.
Breve profilo della vita di Edith Stein (1891-1942)
Nasce il 12 ottobre 1891 a Breslavia (oggi Wroclaw, in Polonia), ultima di sette fratelli di un’agiata famiglia ebraica osservante. Mostra fin da piccola una spiccata intelligenza. Ottiene la maturità classica e si iscrive all’Università per i corsi di Germanistica, Storia e Psicologia sperimentale.
Gli studi che più la attraggono sono però quelli filosofici, in particolare quelli legati allo studio del sistema della Fenomenologia di Husserl (di cui diviene successivamente allieva ed assistente).
Dagli studi filosofici, dai rapporti con gli amici e dalla lettura dell’autobiografia di S. Teresa d’Avila comprende che l’esito del suo cammino di ricerca non sarà un nuovo sistema filosofico, ma il “Tu„ di Dio.
Al termine della lettura del testo di S. Teresa confesserà a se stessa: “Chiudendo il libro mi dissi: questa è la verità„.
Pur attraversando momenti molto difficoltosi (soprattutto per quanto riguarda il rapporto con la propria famiglia di fede ebraica), giunge a convertirsi (1.1.1922) e a chiedere il Battesimo, nonostante lo smarrimento e il pianto della madre.
Non può farsi subito religiosa carmelitana e allora si trasferisce a Spira, dove per otto anni insegna lingua tedesca presso l’Istituto Magistrale delle Suore Domenicane.
Accostando S. Tommaso scopre che è possibile “esercitare la scienza come servizio divino„ e riprende il lavoro di ricerca scientifica; dal 1929 attende esclusivamente allo studio e alle conferenze.
Riesce ad avere l’insegnamento nell’Istituto di Pedagogia dell’Università di Münster ma le leggi naziste del 1933 la costringono a rinunciare all’incarico e a ritirarsi dalla vita pubblica.
In questo tempo matura la decisione di entrare nel Carmelo di Colonia, scelta che si realizza il 14 ottobre 1933. Il suo gesto non è capito; la madre si mostra profondamente disperata e non riuscirà mai a superare veramente questo dolore.
“Partecipare alla passione di Cristo è la mia aspirazione„ afferma Edith e sceglie per sé come nuovo nome Teresa Benedetta della Croce.
Il clima sempre più pericoloso la costringe, nel 1938, a riparare in Olanda, presso il Carmelo di Echt, dove continua la sua attività scientifica e riesce a pubblicare diverse opere.
I nazisti non si fermano né di fronte al paese straniero né di fronte al convento e il 2 agosto 1942 arrestano suor Teresa Benedetta e la sorella Rosa che l’aveva seguita nell’ordine carmelitano.
Viene deportata prima a Westerbork e poi ad Auschwitz dove il 9 agosto viene uccisa in una camera a gas. Il suo corpo subisce la cremazione e non rimangono di esso resti mortali.
Edith Stein è stata proclamata beata da papa Giovanni Paolo II il 1 maggio 1987, successivamente santa nonché copatrona d’Europa. Il papa l’ha definita: “una personalità che riunisce nella sua ricca vita una drammatica sintesi del nostro secolo.”
Introduzione culturale al tema dell’empatia
Il nostro discorso richiede ora una breve introduzione al tema, prima di avvicinarci alla riflessione specifica di Edith Stein.
L’empatia ha avuto una strana storia. Dopo essere stata una specie di slogan alla moda nell’ambito della psicologia e dell’estetica tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, ha conosciuto un rapido declino. Empatia resta comunque una parola che sprigiona un innegabile fascino: sia che ci si riferisca alla sua radice greca – pathein (patire, soffrire) – da cui derivano sia il termine italiano che quello inglese (empathy), o ci si attenga al corrispondente tedesco – Einfühlung, che rimanda al verbo fühlen, sentire – essa ci pone di fronte ad una modalità del sentire che si qualifica per il movimento di unione o di identificazione con il proprio oggetto. Esito di questo movimento è il ritrovare se stessi nella cosa/persona, diventare tutt’uno con essa. Il movimento unitivo è frutto di un processo di interiorizzazione, un far risuonare nell’intimo le qualità dell’altro. Il sentire dall’interno, o sentire all’unisono alludono ad una forma di esperienza che ha il suo cardine nella partecipazione emotiva, nella condivisione, nel superamento della distanza.
L’empatia è stata come travisata dall’eredità delle etiche della simpatia o della compassione, nate nel contesto dell’empirismo inglese. Per pensatori come Smith, Hutcheson, Hume e anche Rousseau, il fondamento di ogni virtù morale sta nell’impulso naturale a non rimanere indifferenti alla sofferenza di un nostro simile. Il dolore, nella lunga e tormentata tradizione della pietà, della condivisione della sofferenza altrui si è rivelato l’esperienza fondamentale del passaggio dall’Io agli altri. Il dolore scuote l’anima e può provocare un avvicinamento degli esseri umani tra loro. La capacità di soffrire insieme appare come il cemento naturale di ogni gruppo o comunità (pensiamo al culto dei morti, universalmente presente in ogni cultura e età storica), svolgendo una funzione essenziale per il riconoscimento interno dei suoi membri.
Quando poi diventa partecipazione al comune destino di vulnerabilità e fragilità dell’umano può anche permettere l’accesso, come nel buddhismo o in Schopenhauer, al senso più profondo dell’essere – già gli antichi Greci ne erano consapevoli, come è testimoniato dal famoso coro dell’Agamennone di Eschilo, dove si afferma che si impara dal dolore: “Ma chi devotamente il canto di vittoria/a Zeus intona, otterrà sana saggezza,/per lui che a saggezza avvia i mortali,/valida legge avendo fissato;/conoscenza attraverso dolore.” (vv 175-178)
Queste esperienze fondamentali ci fanno prepotentemente entrare in quella sfera dell’intersoggettività che si sviluppa e produce alcuni tra i valori più importanti di una civiltà, attraverso le reciproche relazioni vissute tra i soggetti che abitano un mondo. L’altro è nucleo di condensazione di una molteplicità di esperienze: cosa accade quando lo incontriamo? Questa è la domanda fondamentale sottesa alla questione dell’ empatia.
Conoscere un altro soggetto vuol dire percepire non solo un altro corpo, ma anche un’anima, vuol dire accostarsi a qualcuno che fa parte del mondo esterno, ma che possiede un’interiorità, che è oggetto ma anche, e soprattutto, un soggetto dotato di vita propria … vuol dire venire in contatto con un frammento vivente del mondo in cui vivo. Viceversa, alle prese con l’altro, l’io si scopre recettivo, non più esclusivo padrone di se stesso
… come se nel reciproco riconoscimento avvenisse una nuova nascita per entrambi.
Non si tratta di fare dell’empatia un esclusivo modello di riferimento dell’intersoggettività: la questione di fondo è come rendere più fattiva ed efficace l’esperienza intersoggettiva.
L’empatia, in conclusione di questa riflessione introduttiva, consiste in una particolarissima, specifica capacità di sentire l’altro.
Oggi constatiamo una scarto profondo tra il dato oggettivo dell’infinità degli scambi sociali in cui siamo giornalmente coinvolti e l’esperienza del singolo. La pluralità, lo stare insieme si risolve spesso nell’incrociarsi dispersivo di mondi privati – pensiamo ad esperienze quotidiane della vita metropolitana, quando in autobus, in metrò ecc. siamo urtati da corpi che si impongono ad un contatto come creature ignote, spesso quasi invisibili, prive di figura e/o identità. Anche a partire da queste esperienze consuete e quotidiane è possibile, anzi urgente, istituire di nuovo un senso dell’essere – in – comune, dell’essere – in – relazione.
Il contesto storico e culturale
Tra il 1910 e la metà degli anni Venti l’avvento e lo sviluppo di una nuova corrente filosofica in Germania, la Fenomenologia, attraverso i suoi massimi esponenti di allora, conducono la riflessione filosofica di fronte ad una sorta di un bivio, che ben riassume la strana storia della questione empatia.
Da un lato, Edmund Husserl la definisce: “un enigma oscuro e addirittura tormentoso” (“Logica formale e trascendentale”): nonostante questa definizione di segno negativo, essa rappresenta comunque la condizione per giungere alla conoscenza del mondo oggettivo, poiché, per il filosofo, si dà una relazione originaria tra mondo e coscienza intesa come struttura intersoggettiva quale unica modalità di superamento della possibile frattura tra soggetto e realtà. Dall’altro, Max Scheler pubblica un libro importante, “Essenza e Forme della Simpatia”, in cui smonta l’edifico teorico delle etiche della simpatia e compie un lavoro di distinzione terminologica tra le diverse forme del sentire insieme (il contagio emotivo, l’unipatia o identificazione, la simpatia o condivisione di un sentimento, e l’empatia in senso stretto – che Scheler considera, in quanto proiezione dell’Io sull’altro, connotata negativamente).
Chi per prima sa andare oltre le incertezze e i dubbi di Husserl e con grande autorevolezza sa mettere a frutto la promettente fenomenologia della vita emotiva di Scheler è la nostra Edith Stein, “anima luminosa della fenomenologia husserliana” (R. De Monticelli): la trattazione del tema è svolta dalla filosofa, nel 1916/7, all’interno della sua tesi di laurea “Il problema dell’empatia nel suo sviluppo storico e nella trattazione fenomenologica” .
Da questo studio si deve partire, ancor oggi, per conoscere l’empatia: si tratta di un’opera sapiente, se pur a tratti “acerba”, che enuncia un ambizioso programma di lavoro, che intende liberarsi dall’idea paralizzante che l’empatia sia un “enigma”, per considerarla invece un “problema” completamente autonomo – la Stein critica di Husserl la tesi di un Io sovra-personale, quale Io puro, non individuato nella coscienza. Significa, per la studiosa, mettersi alla ricerca di ciò che, in ogni essere umano, fonda l’unità di sensibilità, emozioni, conoscenza, volontà, slancio verso l’assoluto. Ricordiamo che E.Stein aveva penetrato profondamente gli aspetti del pensiero del maestro Husserl, percependone con chiarezza le diverse potenzialità di sviluppo.
E’ quindi opportuno, prima di enucleare i punti essenziali della dissertazione, fare almeno un cenno alla fenomenologia di Husserl.
Husserl già aveva evidenziato la crisi spirituale in cui l’Europa, dalla fine del ‘800, mostrava di essere caduta. Questa crisi spirituale era determinata dall’obiettivismo o dal materialismo di tipo scientifico, interni alla cultura del positivismo, allora ancora dominante.
La scienza di allora considerava i fenomeni naturali come legati insieme da una connessione oggettiva e matematica di causa ed effetto. Se questo poteva essere in qualche modo accettato per le “scienze della natura” non si rivelava però adeguato a scienze quali la biologia, dove l’uomo è divenuto un mero oggetto di esperimento – cosa fra le cose – e, ancor più, non può essere vero per la psicologia sperimentale, che pretende di rendere “cosa” lo stesso pensiero, la stessa psichicità umana. In questo modo si è perduto il senso originariamente umano delle stesse operazioni scientifiche, cosicché la libertà e la soggettività umana si trovano minacciate da quel processo scientifico che pure è uno dei maggiori vanti della stessa cultura europea. Di qui l’intellettualismo della cultura, soffocata da un eccesso di astrazioni, allontanata dalle fonti vitali della creatività e della spontaneità.
A questa crisi Husserl intende reagire con il “ritorno alle cose stesse”, come recita il programma della nascente Fenomenologia, al senso genuino delle esperienze originarie. La visione originaria e genuina del mondo e di noi stessi, nasce, si produce da parte della coscienza intenzionale, che si rivolge, si apre al mondo in una esperienza evidente in cui si colgono i fenomeni. Da qui il termine Fenomenologia come scienza di ciò che appare alla coscienza.
Trascurando necessariamente alcuni aspetti pur centrali di questo metodo fenomenologico – come la “epochè”, cioè la sospensione del giudizio, la messa tra parentesi dell’esperienza così come viene indagata dalle scienze della natura – occorre sottolineare il fatto che Husserl vuole andare a ciò che definisce “esperienza pre-categoriale”, o anche “mondo della vita”, quel mondo della vita da cui comunque si dipartono le analisi scientifiche, anche se la scienza sembra quasi obliarlo, dimenticarlo. Il “mondo della vita” presenta, manifesta, una dimensione di carattere trascendentale (il termine è kantiano), secondo la quale si manifestano, si evidenziano le operazioni intenzionali originarie, che sono quelle autenticamente soggettive, quelle della coscienza soggettiva.
Dopo il 1913 Husserl opera una svolta nel suo pensiero, che viene definita “ritorno al soggetto”, in senso ancor più accentuato, svolta che gli viene in qualche modo contestata da alcuni allievi, seguaci o anche filosofi del tempo come eccessivamente idealistico-cartesiana (scrive infatti le “Meditazioni cartesiane”): in questo momento Edith Stein scrive la sua dissertazione sull’empatia. La svolta, da parte di Husserl, voleva in qualche modo accentuare, evidenziare l’analisi delle nostre viventi operazioni interiori, della nostra vivente autocoscienza, come assolutamente indubitabili e anche in qualche modo irriducibili a qualsiasi fenomeno esterno alla coscienza stessa.
La tesi di Laurea sull’Empatia
A partire da questa prospettiva Edith Stein elabora la propria riflessione sul tema dell’empatia, riflessione di carattere squisitamente filosofico, in cui la studiosa cerca di stabilire l’essenza di questo fenomeno – ciò avviene nella seconda parte della tesi – essenza che viene subito definita come esperienza di soggetti altri da noi e del loro vissuto.
L’empatia, ad una interrogazione di tipo filosofico, ha come suo presupposto ciò che la studiosa definisce “datità della coscienza altrui”, cioè il fatto che noi sperimentiamo l’esistenza di soggetti diversi da noi aventi una loro propria incontestabile, irriducibile vita psichica.
A partire da questa definizione la Stein, nel corso della sua dissertazione, cerca di cogliere la diversità degli atti di empatia rispetto a tutti gli altri atti della coscienza pura. Riporta l’esempio dell’esperienza che noi possiamo fare quando cogliamo il dolore di un amico. Questa esperienza è molto diversa da una percezione esterna, sempre relativa a una cosa che mi sta davanti in carne ed ossa, attraverso la sensazione – hic et nunc – dell’oggetto esterno alla mia coscienza; tuttavia, è un’esperienza che indica una forte presenzialità, qualcosa che io presentifico a me stesso come il ricordo, l’attesa, la fantasia, che sono atti originari della coscienza attraverso cui però sono date realtà non immediatamente presenti. L’atto empatico ha dunque il carattere di un atto originario ma il cui contenuto – ad es. il dolore dell’amico – non è originario, cioè prodotto dalla coscienza.
A differenza però del ricordo, dell’attesa e della fantasia, ciò che io empatizzo, ciò che è oggetto del mio atto di empatia è il mettermi di fronte, accanto, a questo soggetto, come colui che, in qualche modo, si mette al suo posto, riesce a mettersi presso di lui.
La definizione dell’empatia che, anche da un punto di vista psicologico e pedagogico, appare come la più pregnante, la più accreditata, è questa: “empatia è capacità di comprendere il modo di essere nel mondo di un altro dal di dentro, riuscendo a immedesimarsi nella sua condizione e a penetrare la sua dimensione di interiorità”.
L’analisi della Stein si sviluppa nelle altre parti della tesi:
– la terza parte: la costituzione dell’individuo psicofisico proprio e altrui e la funzione che l’empatia svolge in essa;
– l’ultima parte che riguarda l’esperienza di empatia tra soggetti dotati anche di una dimensione spirituale con il ruolo che essa svolge tra persone puramente spirituali ( in particolare nel rapporto tra uomo e Dio).
La Stein sottolinea con forza che, anche nel momento della massima partecipazione e immedesimazione, l’ “io”, la soggettività, non scompare mai, non si fonde mai nell’io dell’altro ma gli resta accanto, intimamente solidale, eppure strutturalmente diverso. Ciò che la filosofa vuole evidenziare, di contro ad altri pensatori quali Lipps e Scheler, è il principio dell’irriducibilità dell’ “io”e in questa prospettiva consiste il tratto di una particolare originalità della sua tesi di laurea.
La pedagogia e le forme psicologico – antropologiche dell’empatia: modelli di relazione nel bambino, nell’artista, nella donna
La Stein viene anche considerata esponente di punta di una pedagogia dell’empatia e, nei saggi successivi alla tesi, che comunque non ne negano mai l’impostazione, la filosofa chiarisce che l’atto empatico è anche fondamento di un autentico processo educativo in quanto forma squisitamente rispettosa di conoscenza e di incontro.
Dalle lezioni tenute presso l’Istituto Pedagogico di Münster nel 1932/33 si ricava il progetto di una pedagogia su basi filosofiche, nel senso che per affrontare opportunamente il tema educativo occorre conoscere a fondo le caratteristiche essenziali dell’essere umano, il quale è sì legato alla materia e alla natura ma anche teso verso ciò che lo trascende (“La struttura della persona”).
Ripercorrendo le analisi già svolte precedentemente, la Stein sottolinea che anche nell’ ambito educativo – ad es. nel rapporto docente/allievo – “empatizzare” comporta un sentire, un comprendere; questo vivere soggettivamente lo stato d’animo altrui non è finalizzato a penetrarlo attraverso le chiavi della conoscenza oggettiva, è invece orientato a permettermi di entrare nel suo vissuto senza potervi intervenire, solo caricandolo su di me, in modo sempre rispettoso, non invasivo della dimensione soggettiva dell’altro, cioè della sua libertà più intima. Per questo il discorso sull’empatia contiene in sé una forte valenza educativa come quella che ritroviamo nel rapportarsi non egoistico di un “io” e di un “tu”, nella ricerca di quello che Lévinas chiama il “volto dell’altro”. Emmanuel Lévinas infatti, nella sua opera di filosofo, descrive l’altro come un “volto” che mi guarda e mi ri-guarda; questo volto è dotato di autosignificanza in quanto si impone di per sé, indipendentemente dal contesto fisico e sociale, ed è l’assolutamente trascendente. Questa trascendenza implica l’apertura ad un infinito che così può manifestarsi all’uomo.
L’ “altro” da Lévinas è considerato, attraverso il volto, una realtà dirompente, capace di far fuoriuscire l’ “io” dalla gabbia dell’identicità: ovvero, l’altro resta, il suo volto rimane all’altezza del mio volto così che l’ “io” è chiamato a deporre la propria sovranità e ad instaurare una relazione etica.
Il volto possiede alla fine una esplicita valenza etica, manifestandosi biblicamente nel povero e nello straniero, nella vedova e nell’orfano – il filosofo proviene dalla tradizione e cultura ebraiche, esattamente come la Stein. Il volto porta scritto in sé il comandamento “non uccidere”; mi coinvolge, quindi mi mette in discussione rendendomi responsabile nei suoi riguardi. Il volto, cioè l’altro, mi chiede e mi ordina, l’altro è segno e cifra della mia responsabilità.
Gli aspetti pregnanti di ogni autentica azione educativa rimandano a questo orizzonte etico e personologico. La proposta pedagogica della Stein assume i contorni di una antropologia saldamente legata all’etica, sempre ancorata al metodo d’indagine fenomenologico.
Per la Stein, inoltre, alcune categorie di persone – il bambino, l’artista, la donna – sono più di altre portate ad empatizzare.
Attraverso l’ analisi sui tipi antropologici ora citati si capisce la differenza tra l’empatia dai tratti solo psicologici e quella proposta dalla Stein, con tratti squisitamente etici.
Si può veramente definire empatia, riflette la Stein, quella particolare forma di partecipazione emotivo-affettiva che si trova normalmente nel bambino?
Egli coglie immediatamente le cose, la sua forma di conoscenza è solo apparentemente empatica, in senso fenomenologico: la sua affettività, non ancora ingabbiata dalla razionalità, è più orientata a sentire che a istituire relazioni cognitive o volitive. Più è piccolo, più il bambino è indotto a sperimentare un rapporto in cui è facilmente manipolabile, data la fragilità del suo io e di conseguenza l’indeterminatezza fra sé e il resto fuori di sé (corporeo o psichico).
Non è, per la Stein, l’ergersi a soggetto a contrastare l’empatia, ma piuttosto l’incapacità, da parte del soggetto, di mettersi-al-posto-di, di divenire “permeabile„ all’altro.
In conclusione: la definizione ancora in fieri del “Sé„ e conseguentemente l’immaturità dell’io, inficiano nel bambino un’autentica autopercezione e la permanenza della stessa; tutto ciò riduce la capacità di empatizzare autenticamente.
Diverso il delinearsi di capacità empatiche nell’artista e nella donna.
Al primo appartiene il duplice dono d’immedesimazione e d’intuizione del tutto: egli penetra nello spirito umano e diviene capace di rappresentarlo nonché di comunicarlo, generando legami d’incontro con chi avvicina le sue produzioni simboliche, che inviano segnali empatici ai fruitori della sua opera. La capacità empatica, nell’artista, è quindi più simbolica che concreta.
Solo nella donna, secondo la Stein, si rinviene una particolare capacità di empatizzare quale “disposizione profonda dell’anima„.
In “Ethos della professione femminile” così si esprime: “Il modo di pensare della donna, i suoi interessi, sono orientati verso ciò che è vivo e personale e verso l’oggetto considerato come un tutto … saper partecipare alla vita di un altro uomo, cioè sapere prendere parte a tutto ciò, grande e piccolo, che lo riguarda: alla gioia e al dolore, come al suo lavoro e ai suoi problemi: ecco il dono e la felicità della donna„.
La Stein fa derivare questa capacità dall’attitudine materna alla quale sono preordinati il corpo e lo spirito femminili:“l’abitudine naturale a dar vita, far crescere, proteggere, formare, la mette in grado di penetrare con sentimento e comprensione nell’ambito di quelle realtà che di per sé le sono lontane, e delle quali non si prenderebbe cura, se non fosse l’interesse per una persona che la mette in contatto con esse„. (“Fondamenti dell’educazione della donna” – Conferenza; si veda anche “ Vita muliebre cristiana”)
La Stein seppe sempre profondamente ascoltare la vita femminile: anche in epoche di smarrimento dell’attenzione per l’altro, le donne, e questo è un dato di comune constatazione, hanno continuato a custodirne l’esperienza attraverso l’ascolto, la cura dei corpi e delle anime, e l’amore per la vita spirituale (L. Boella – A. Buttarelli).
L’empatia è perciò connotata dall’apertura all’essere dentro una prospettiva di responsabilità, del più autentico farsi carico, dell’interesse – l’ I care dei ragazzi di Barbiana – del più libero condividere.
L’altro mi entra nello sguardo e in questo incontro posso vivere valori che a lui appartengono e portare alla luce strati della mia persona cui ancora non ero pervenuto. E, per la caratteristica propria del sentirsi accompagnato che risiede nell’esperienza empatica, ciò avviene secondo le cifre sia della conoscenza che dell’amore.
Il “catalogo„ delle condizioni di attuazione dell’esperienza d’empatia, specie in campo educativo, si può così schematizzare:
la presenza di un io, soggetto avente coscienza di sé come persona originale. Qui la Stein si situa nella scia del personalismo cristiano: meta ultima dell’educazione è la formazione della persona come “forma della pienezza onniabbracciante„ e meta di ogni atto educativo è, in ultima istanza, far penetrare ogni verità nell’intimo dell’anima;
l’atto del cogliere la realtà dell’altro indica apertura-a (vedi i temi della fenomenologia);
il riferirsi all’esperienza vissuta estranea al sé si traduce nel convincimento che ci sia qualcosa di altrettanto originale e importante di me stesso e che l’altro esiste e permane non solo in rapporto a me;
percepire e esperire la vita dell’altro “come se„ fosse mia indica la consapevolezza che mia non è, e che io permango come soggetto accanto ad un altro soggetto.
Infine, le caratteristiche che rendono una persona veramente capace di empatizzare sono: la coscienza di sé, l’equilibrio, l’ascolto, la gratuità, la compassione, l’oblatività e il senso del limite.
E’ indubbio che la società attuale tenda ad affievolire queste qualità personali e che sia eticamente e pedagogicamente rilevante, di contro, porre in atto una progettualità educativa tesa a riproporle e rinvigorirle.
La Stein stessa già indicava l’obiettivo finale di questa nuova progettualità umana ed educativa nel suo lavoro d’esordio: “portare a pieno sviluppo i valori umani, in sé e negli altri„. (“Il problema dell’empatia”)
L’empatia in Edith Stein, i nodi di fondo
L’empatia, con le sue regole specifiche che interessano la vita del sentire, diventa un tramite essenziale per l’accesso alla realtà e il fondamento originario del nostro esistere insieme agli altri. Nell’impianto “squisitamente filosofico” del discorso che la Stein conduce, l’atto empatico rappresenta la via (e per nulla diretta, immediata) per accedere all’intera persona dell’altro e quindi la condizione di possibilità dei sentimenti di simpatia, amore, pietà, compassione, nonché delle più svariate forme di comprensione degli altri.
L’empatia genera il fondamentale insegnamento che tra gli esseri umani c’è una circolazione di senso per cui ciò che viviamo di persona si completa e si integra con ciò che si apprende riconoscendo le esperienze vitali degli altri. Ciò che non ci appartiene, che è fuori di noi e forse anche estraneo, con l’empatia diviene relazione, parola, ascolto.
La Stein configura un nuovo schema della vita della coscienza – anche rispetto agli sviluppi del pensiero di Husserl stesso – in quanto essa non si rivela più fondata sul contatto dell’Io con se stesso (riflettendo su di sé) ma sulla relazione con ciò che è altro da noi.
La coscienza, sulla scia del metodo fenomenologico, è contatto immediato, vissuto, con l’essere del mondo e delle cose. Essa risulta un’attività poliedrica e complessa che coinvolge il regime degli impulsi e dei desideri, la sfera del volere, la dimensione storica e sociale delle strutture dello spirito e infine la trascendenza della fede. L’indagine sull’empatia della tesi di laurea preannuncia il progetto, in quella fase ancora incompiuto, di una teoria della persona, vista nell’integralità delle sue dimensioni.
Le tesi sull’empatia sono finalizzate, fin dall’inizio, alla costruzione del senso globale e profondo dell’essere umano, così come si presenta ad un altro essere umano in un dato momento.
L’intuizione geniale della Stein rimane, ancor oggi, quella di chi ha saputo costituire un punto di partenza insostituibile per capire che cosa significhi sentire l’altro. L’essere in relazione è l’unico orizzonte entro il quale si manifesta la totalità dell’Io, entro il quale il soggetto si presenta nell’interezza della sua esperienza.
Forse la parola chiave nella descrizione steiniana dell’atto di empatia è “rendersi conto”
(L. Boella): l’osservare, l’accorgersi di qualcosa che “affiorando d’un colpo davanti a me mi si contrappone come oggetto (come le sofferenze che leggo sul viso dell’altro)”- (“Il problema dell’empatia”).
C’è una sequenza, quasi simultanea, in cui l’altro e il suo dolore (secondo l’esempio che ne fa la stessa Stein) sono immediatamente un evento che è lì, di fronte a me, ma in una forma particolare, quasi al confine tra la mia interiorità e l’immagine esterna. L’esperienza del dolore dell’altro mi mette in contatto con il mondo esterno, ridisegnandone i tratti.
L’emozione dell’incontro consiste in questo: lo sconvolgimento, lo stupore, la sorpresa derivanti dal nascere di una ricerca destate dall’apparizione dell’altro e da una sorta di rivelazione della relazione reciproca – nonostante le resistenze che il sé può opporre, con le sue illusioni o le sue cecità, nel farsi segnare dall’evento dello stesso incontro, per preservare, indisturbata, un’immagine consolidata che si è costruito in modo rassicurante.
E’ veramente possibile, questo il profondo convincimento della Stein, aver accesso, in modo sostanziale, alla realtà così come è vissuta da un altro essere umano: la scoperta della realtà di ciò che vive un’altra persona è il centro e il fondamento primario di ogni relazione.
Può accadere, spesso accade, che intervenga, subito dopo, la partecipazione emotiva nella forma della gioia o del soffrire insieme. Ma questo può avvenire solo se c’è stata vera empatia, se l’orizzonte della mia esperienza si è ampliato accogliendo interiormente il dolore, la gioia di un altro. Riconoscere e accogliere nella sua pienezza la persona dell’altro: questa l’essenza dell’empatia per Edith Stein.
Nota finale in ripresa della premessa introduttiva
Non possiamo non ricollegarci, al termine del nostro discorso, all’esito mistico della riflessione della Stein, in perfetta sintonia con la scelta di vita contemplativa come carmelitana. Negli scritti posteriori alla conversione: “non troviamo una ricerca specifica di approfondimento dell’Einfühlung, anche se ne rimane l’impianto con un volto di pienezza teologica, quale atto della relazione personale ed esistenziale Io-Tu … l’Einfühlung si schiude ad una conoscenza mistica perché l’incontro postula due persone che si riconoscono … Ella ormai coglie per via empatica il Signore presente … passa da un conoscere, strutturato da concetti e giudizi, all’esperire immediato; la via è indubbiamente oscura, cammino di tenebre, che porta però, secondo l’insegnamento e l’esperire di Giovanni della Croce, alla luce eterna, alla Sapienza di Dio, al cui raggiungimento è volta la tensione di vita.” (C. Dobner, carmelitana)
Il suo lungo cammino di ricerca intellettuale culmina così con lo studio dell’esperienza mistica, come già dicevamo – “Scientia Crucis. Studio su san Giovanni della Croce”- dove, nella via ascetica, la Stein riscopre le dimensioni fondamentali dell’essere umano, il filo conduttore dell’interiorità come centro della persona, il fondo dell’anima come “luogo elettivo” dove risiede la forza della persona nella sua unità ( il “Castello interiore” di Teresa d’Avila). Attraverso il processo cognitivo interiore si apre la via della conoscenza di sé nell’unione con Dio, ovvero tutto l’impegnativo percorso che conduce dalle mura del castello fino in fondo alla stanza (“La Settima Stanza”, come titola il film sulla sua vita) dove dimora il grande Re, come ci insegna la stessa Teresa d’Avila.
La relazione con Dio non è forse un atto di relazione personale ed esistenziale, fondante la persona umana, in un’apertura totale all’Amore totale? Alla fine, non si tratta forse di un autentico atto empatico? Così l’ha vissuto Edith Stein, portando a compimento il progetto antropologico e filosofico iniziato con lo studio dell’empatia. Attraverso la descrizione dell’esperienza mistica, quale punto d’arrivo dell’avventura religiosa nell’unione con Dio (la sfera intera dell’esperienza religiosa, da intendersi quale agape, dono), finalmente si illumina la struttura profonda dell’anima umana.
La lunga pratica di indagine dei fenomeni interni all’anima stessa, appresa con l’acquisizione del metodo di ricerca filosofico/fenomenologico, supporterà costantemente la riflessione di Edith Stein fino al suo compimento.
Isa Luoni











